Iscrizione CCP-APS 22/23

Presentazione del Tema 2022-23
Clinica del desiderio

Alla questione «Che cos’è una clinica psicoanalitica?» – che abbiamo reso tema dei nostri lavori l’anno scorso, una delle risposte possibili sarebbe potuta essere: una clinica del desiderio! risposta alla quale altri avrebbero preferito: «clinica del soggetto», «clinica del transfert», «clinica del sintomo», «clinica del godimento», ecc. 

La lista è quasi infinita… Fermiamoci, tuttavia, su questo termine di desiderio che, di certo, non risale né procede dall’avvento del discorso analitico. Che esso sia in tanto Eros, cupiditas o Begierde –prima del Wunsch freudiano– il desiderio aleggia nel pensiero da Platone a Hegel, passando per Spinoza. 

Eppure, è proprio con Freud che il desiderio passerà dal campo letterario (poesia, teatro, romanzo) e dalla speculazione filosofica a questa clinica specifica che l’ipotesi freudiana dell’inconscio determina. In Freud, è innanzitutto come uno dei poli del conflitto difensivo che il desiderio appare nella sua concezione dinamica del funzionamento psichico. Ciò lo fa dipendere da questa conflittualità, dalla rimozione che essa genera, dalla divisione che se ne inferisce e dalle formazioni nelle quali il rimosso fa ritorno: sogno e sintomo, segnatamente. D’allora, non sorprende che sia con L’interpretazione dei sogni (1900) che il desiderio raggiunge uno status di nozione fondamentale del lessico freudiano. 

È infatti nella sua Traumdeutung che Freud affermerà simultaneamente la sua tesi secondo la quale l’interpretazione del sogno è la via regia che conduce all’inconscio e quella, forse più decisiva, che enuncia che il sogno è, per il suo contenuto, l’appagamento [accomplissement] di un desiderio –non la sua realizzazione– e ha, come motivo, un desiderio. Pertanto, è tutto quel che si è potuto chiamare la clinica freudiana, che si approcci questa attraverso il sogno, il sintomo, l’angoscia, il lutto o addirittura il fantasma –di cui Lacan sottolineerà la funzione di «sostegno del desiderio»–  che apparirà rilevando da una clinica del desiderio. Eccetto che per «clinica del desiderio» è opportuno intendere altrettanto sia la clinica delle formazioni nelle quali il desiderio si appaga –con o senza compromessi, censure o spostamenti– sia la clinica delle sue impasse e dei suoi paradossi. Aggiungerei che anche l’introduzione di concetti così cruciali come la pulsione  –quindi il godimento– o il transfert –quindi l’amore–  non ridurrà la centralità del desiderio nella clinica freudiana. 

Per così dire, Lacan radicalizzerà questa opzione freudiana di una clinica del desiderio, contrariamente a quanto potrebbero far pensare i suoi numerosi frayages1 ed elaborazioni sul godimento e il nodo borromeo. Qui, basterà ricordarsi che, prima di arrivare ai suoi contributi finali, Lacan ha posto a fondamento della psicoanalisi il campo del linguaggio e la funzione della parola. Da qui emergono non solo le leggi del linguaggio (metafora, metonimia, equivoco) e le leggi della parola (mediazione, dissimmetrie, riconoscimento), ma anche tutte le preziose costruzioni teorico-cliniche con le quali ha rinnovato la portata dei «casi clinici» freudiani: i ternari I, S, R; Bisogno, domanda, desiderio e Privazione, frustrazione, castrazione. Ma anche, più in generale, la mancanza, il desiderio dell’Altro, il soggetto barrato, l’oggetto a come «causa del desiderio». Chi non si ricorda, inoltre, della riduzione e semplificazione geniali che Lacan opera delle nevrosi di transfert freudiane a partire dalla categoria del desiderio: desiderio prevenuto (fobia), desiderio insoddisfatto (isteria), desiderio impossibile (ossessione). Si potrebbe aggiungervi la sua esplorazione delle «vie perverse del desiderio»… 

Per prendere proprio la misura di quel che è una clinica del desiderio, e sapere ciò che ne fa il suo valore, è opportuno ricordare a che cosa questa si opponeva per Lacan. Non a una «clinica sotto transfert», a una «clinica del sintomo» o a una «clinica dei discorsi», bensì piuttosto a una clinica dell’adattamento, che sia alla realtà o alla cultura, e quindi alle norme sociali, le stesse di cui Lacan diceva che «se c’è un’esperienza che deve insegnarci quanto queste norme sociali siano problematiche, quanto debbano essere messe in questione, e quanto la loro determinazione si situi altrove che nella loro funzione di adattamento, questa è proprio l’esperienza dell’analisi»2. Non è quello che, sotto nuovi orpelli, le teorie cognitive e comportamentali che irrigano la clinica psichiatrica e psicologica contemporanee tentano di ristabilire?

Si evince da quanto precede che quello che il nostro tema dell’anno ci impone è un ritorno, da una parte, a «La direzione della cura e i principi del suo potere» e a «Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio», e, dall’altra, ai tre grandi seminari clinici di Lacan che li preparano, li inquadrano o li accompagnano: La relazione d’oggetto (1956-1957), Le formazioni dell’inconscio(1957-1958) e Il desiderio e la sua interpretazione (1958-1959).

Sidi Askofaré, CCPSO.


1
Frayage Il dizionario Grand Robert (p. 702) dà frayage come parola attestata dalla metà del XX secolo per tradurre il tedesco Bahnung, termine usato da Freud nell’Entwurf [1895], «Progetto di una psicologia», in Opere 2, Progetto di una psicologia e altri scritti [1892-1899], Bollati Boringhieri, Torino, 1968 e 1989, cfr. in particolare la nota 1 di p. 206. Si tratta di un deverbale di frayer “tracciare (un cammino) attraverso il passaggio (etimolog. per sfregamento dei piedi per terra)”. Nondimeno bisogna aggiungere che Lacan usa la parola frayage anche in autonomia dal termine tedesco. Un esempio di traduzione in italiano è la scelta di Giacomo Contri, che traduce sempre frayage “tracciato” in J. Lacan, Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi [1959-60], Torino, Einaudi, 1994, passim [N.d.T.].
2 J. Lacan, Il seminario, Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione [1958-1959], Einaudi, Torino, 2016, pp. 531-2.

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