Preludio 6

«Passare» all’internazionale
Albert Nguyên

In occasione del Convegno europeo di Roma che si profila all’orizzonte, mi pare opportuno, in seguito agli ultimi cartel della passe a cui ho partecipato, interrogare la struttura della passe o piuttosto del cartel internazionale della passe all’EPFCL.

I cartel plurilingue funzionano e hanno portato ad alcune nominazioni di AE. Sta a noi interrogarci sulle virtù del plurilinguismo e sui suoi eventuali limiti. In seno a tali cartelli internazionali due se non tre lingue coesistono, ed è regolare che i partecipanti, al di là della loro lingua materna, capiscano almeno un’altra lingua.

La pratica mostra che non è richiesto il bilinguismo per intendere « se [ça] passa o se [ça] non passa». Al contrario, ed è la mia prima osservazione, la non-padronanza perfetta di una lingua non costituisce un ostacolo reale poiché in effetti, ciò che si coglie nello scambio tra i cartellanti, è per l’appunto il modo in cui una logica si evidenzia attraverso alcune testimonianze dei passeurs. Ed è tale logica che permette di intendere, perlomeno di percepire o di sentire ciò che l’analisi ha realmente modificato per il passant in diversi registri: in merito alla sua storia e i suoi momenti cruciali, al suo rapporto al reale, alla riposta portata al non rapporto sessuale, al godimento irriducibile, al suo rapporto con la psicoanalisi. Il fatto che ci si aspetti attraverso il cartel di poter individuare questi mutamenti valorizza gli effetti di un’analisi e in fin dei conti il passaggio dall’analisi personale alla psicoanalisi, alla causa analitica.

Noi sappiamo che la fine di un’analisi non pregiudica ciò che sarà, che diventerà questo analista nel suo atto ma la passe deve poter dare al cartel alcune indicazioni che d’altronde possono essere di supporto alla nominazione. Questo spiega quello, in particolare il numero relativamente basso di nominazioni in confronto al numero di persone che si presentano alla passe.

È possibile, nell’après-coup, cogliere ciò che è stato decisivo in un’analisi, ciò che ha svelato al passant la sua posizione di soggetto diviso, S, e l’irriducibile del suo godimento sintomatico di cui dovrà tener conto nella sua offerta di psicoanalisi? Se ci sono state nominazioni da qualche anno a questa parte, dobbiamo ammettere che i cartelli plurilingue hanno potuto mettere il dito sugli effetti immaginari inevitabili legati al fatto di «conoscere» il passant precedentemente alla sua domanda di passe, e dunque di evitarli. Analogamente gli effetti di senso si trovano ridotti mentre possono benissimo interferire se viene fatto uso di una sola lingua: conosciamo gli inconvenienti legati alla credenza di intendere la stessa cosa se si parla la stessa lingua! Sono tutte queste attese che il cartel internazionale mette in discussione e a cui occorre aggiungere che ciò che succede (se passe) agli analisti che compongono un cartel: che sia obbligatoriamente effimero, anche in questo caso riduce gli effetti di colla e gli effetti di implicito legati alla lingua comune. 

Inoltre, punto importante nel lavoro di elaborazione del cartel, coloro che possiedono una lingua che altri non padroneggiano completamente, fanno lo sforzo di far capire cos’è che costituisce il cuore di questa o quella testimonianza.

Al di là di queste considerazioni, in maniera indiretta, ogni membro del cartel può intendervi alcuni elementi riguardanti la pratica analitica in altri paesi, precisamente in funzione di ciò che ognuno sostiene a proposito di quel che ha inteso della testimonianza dei passeurs, in una parola, il vivo, il singolare del caso così come, d’altro canto, i limiti dell’efficienza di un’analisi incontrata.

È da notare che il particolare del sintomo è legato a delle particolarità di lingua, al modo in cui un certo significante ha marcato il corpo del passant o della passante. In fondo, il plurilinguismo del cartel permette di passare dalla generalità (il senso, il godimento del senso) alle particolarità di una lingua alle quali è legata la concezione dell’analisi e strada facendo, alla singolarità (esemplificata dal «lo si sa da sé» di Lacan): il plurilinguismo favorisce il reperimento di una «lingua tutta per sé» per parafrasare il titolo di Virgina Woolf.  

Il plurilinguismo ha questo effetto positivo di orientare i membri del cartel, di «spingerli» verso la trasmissione poiché scarta il «bene inteso» proprio alla lingua unica condivisa. L’eventuale fascinazione, l’adesione agli effetti di significazione sono ridotte per lasciare spazio all’estrazione degli S1 che hanno determinato il racconto del passant e la sua formalizzazione. L’esperienza ha mostrato che è possibile far intendere a un membro del cartel che non parla la lingua del passant (che certamente è conosciuta da diversi altri membri di questo cartel) ciò che suona e risuona nella lingua del passant, in maniera tale che possano essere intesi l’originalità, la singolarità o gli zoppicamenti di una cura.

L’analisi secondo Lacan è oggi centrata sul nodo formato dal godimento, il reale e la lingua, nodo che supporta un dire singolare, il compito del cartel (per non dire il suo dovere) consiste nel cogliere gli effetti del nodo fatto male all’entrata dell’analisi, il suo snodamento (fantasma attraversato) e lo scioglimento dell’esperienza che non è altro che il nuovo annodamento che ha prodotto l’analisi.

Che il plurale delle lingue sia stato fin dall’inizio adottato dai cartels dell’EFPCL nel contesto della procedura della passe si rivela conforme all’idea della Scuola Internazionale. Inoltre, tale plurale permette di lavorare sugli effetti di lingua che hanno tanto impegnato Lacan negli ultimi anni del suo Seminario: trattare i godimenti mettendo in evidenza i poteri delle lingue (cf. il Seminario Ancora, Les non-dupes errent, la conferenza di Roma del 1974). Babelizzarsi va bene con l’uscita auspicata del Dio unico. Colui che testimonia interpreta e dunque traduce, il cartel ascolta/intende…e interpreta. 

In definitiva, ciò che Lacan aveva introdotto nel 1953 in «Funzione e campo della parola e del linguaggio» si trova a risuonare forte nel 2021, nel corso di questo anno di pandemia che segna in modo brutale i corpi e le menti e ha costretto la stessa pratica della psicoanalisi e della passe a delle modifiche importanti, sulle quali, una volta padroneggiato il virus, sarà opportuno ritornare. L’anno che abbiamo appena passato fa risuonare la frase di Lacan, a pag. 315 degli Scritti:

«Conosca egli a fondo la spira in cui la sua epoca lo trascina nell’opera continuata di Babele, e sappia la sua funzione d’interprete nella discordia dei linguaggi». 

Nel mettere l’accento su Babele in questo modo, senza dubbio abbiamo qualche chance di imparare del nuovo a partire da questa trasformazione da discordia in accordo che a volte apre ad una nominazione di AE.