Preludio 5

Affetti e passe
Carme Dueñas

Lacan propone la passe come il dispositivo in cui ascoltare quel «non-tutto da cui procede l’analista», colui che porta «il marchio» lasciato dalla propria analisi e che starà ai suoi congeneri «saper trovarlo»1.

Il marchio di cosa? Di un desiderio inedito, di aver colto il proprio orrore di sapere, di aver catturato il miraggio della verità e di poter così testimoniare della verità mendace 2, tutto per poter rispondere alla domanda che Lacan si pone e lancia agli analisti: cos’è che spinge qualcuno ad autorizzarsi, ad istorizzarsi da sé e occupare il posto dell’analista?

Dall’entusiasmo prodotto dall’«aver isolato il (…) proprio orrore di sapere»3 alla soddisfazione come affetto che segna la fine dell’analisi 4, ciò che si spera di raccogliere nella passe ha a che vedere soprattutto con gli effetti soggettivi prodotti dalla cura, effetti che si traducono in affetti. 

Questi affetti, l’entusiasmo, la soddisfazione, possono essere captati qualsiasi sia la lingua in cui si esprimono, giacchè non si tratta del senso, ma di qualcosa che oltrepassa le parole, i significanti. Qualcosa che dipende dall’essere riusciti a purificare il senso, fino a toccare gli effetti de lalingua che affettano il godimento.

La preminenza del significante sul significato orienta la nostra pratica analitica. Non si tratta di “comprendere” il racconto dell’analizzante, ma precisamente di captare il dissonante, ciò che si ripete, gli equivoci, per portarlo al limite dove «lo spazio di un lapsus non ha più alcuna portata di senso»5.

Certamente per condurre un’analisi bisogna parlare la lingua dell’analizzante, ma nel Cartel della passe non si tratta di fare un’analisi dell’analisi del passant, quanto di raccogliere la sua testimonianza, di raccogliere gli effetti, impossibili da calcolare, che ci sono stati per lui nel suo incontro con questo “sapere senza soggetto” implicito ne lalingua. Come dice Colette Soler in Wunsch n.10, non si accede a questo sapere, ma si può cedere sul “non voglio saperne niente di questo e afferrare alcune nozioni, puntuali ed effimere”. 

Pertanto, in un Cartel plurilingue, anche se la traduzione è necessaria, queste nozioni puntuali ed effimere, se sono state captate, passano. Perché non è sempre necessaria una “traduzione” quando si parla, quando mettiamo in parole ciò che il linguaggio non arriva a cogliere? 

La soddisfazione che segna la fine dell’analisi si sente non per una conclusione articolabile ai significanti del soggetto, al significato del suo sintomo, ma per i viraggi che hanno modificato il suo modo di godere del sintomo e hanno affettato la sua pratica clinica, e anche nei punti di arresto, nell’impossibilità di andare oltre nella decifrazione. 

Si tratta dunque di sentire se alla fine dell’analisi c’è stata la soddisfazione che permette di porre fine alla deriva infinita del senso, al «miraggio della verità, da cui ci si deve attendere solo la menzogna»6, e quindi di trovare il limite dell’impossibile da elucidare, in modo che, avendo potuto sperimentare il finito dell’analisi, si possa occupare il posto di oggetto causa per i propri analizzanti.

Quando questi effetti di affetti si danno in una testimonianza, questo accade, e produce effetti anche  su coloro che sono coinvolti nella passe. La passe è un’esperienza che tocca i passeurs e i membri del Cartel, e quando accade qualcosa provoca in loro l’intima convinzione che “c’è dell’analista”.


1 Lacan J., “Nota italiana”, in Altri Scritti, Einaudi 2013, Torino, p. 304-305.
2 Lacan J., “Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI”, in Altri scritti, Einaudi Torino 2013, p.565.
3 Lacan J., “Nota italiana”, op.cit., p.305.
4 Lacan J., “Prefazione all’edizione inglese del Seminario XI”, op.cit., p.565.
5 ibidem, p. 563
6 ibidem, p. 565