Preludio 4

Da lalangue all’una-svista1
Michel Bousseyroux

Lacan ha reinventato l’inconscio dicendolo reale. Si può dire che per due volte egli rivaluti l’ipotesi dell’inconscio, inventando due nuovi significanti: nel 1973 con lalingua e nel 1976 con l’un-inciampo. Sostituendo l’une al prefisso negativo tedesco Un dell’Unbewusst, Lacan dice di inventare «qualcosa che va più lontano dell’inconscio»2, più lontano della lettura che ne fa Freud nella sua analisi dei sogni. L’inconscio è la svista generalizzata: si sbaglia significante, si sbaglia Uno. Del cosciente e del suo negativo, l’una-svista fa dell’Uno, così come il dritto e il rovescio della banda di Möbius non fanno che Uno. Ma è dell’Uno che perde lo scambio dal saputo all’insaputo [du su à l’insu]. Nell’una-svista c’è dell’Uno che delude, c’è del deluso, c’è il dé-su3 del sapere di un «io so» che abbia coscienza. La coscienza ne incassa il colpo: non ha altro supporto che quello di permettere una svista, e quindi assomiglia molto all’inconscio, che è responsabile di tutte queste sviste che ci fanno sognare in nome dell’oggetto causa di sviste, che Lacan ha chiamato l’oggetto a4 .

Non soltanto Lacan riduce il sogno, via regia dell’inconscio in Freud, ad una svista, ma accorda una precedenza al lapsus, all’atto mancato e soprattutto, perché è «qualcosa in cui ci si riconosce», al motto di spirito. Ma dove ci si riconosce? Nella passe? Lacan riferisce, cosa rara, un aneddoto della sua istoria [hystoire]: la sua sorellina Madeleine, Manène – come lei stessa, per la quale l’«io» sarebbe stato ancora molto, si definiva quando era molto piccola – gli aveva detto un giorno, a lui che aveva due anni e mezzo più di lei (doveva essere nel 1906-1907), non «io so», ma «Manène sa»5.

È attraverso di lei, che si esprimeva così in terza persona, che Lacan dice di aver avuto a che fare con la coscienza in una forma che faceva parte dell’inconscio, attraverso di lei che si dava portatrice di sapere, «lei qui s’ailait à mourre»6, ai margini de lalingua da cui il sapere spicca il suo volo. È questo sapere, che s’aile à mourre, che si tratta di riconoscere nella passe, che Lacan dice di aver preso in considerazione solo a tentoni e che abbiamo a che fare con il reale (quello del nodo borromeo che la sua messa in piano fa leggere) solo nel buio. Il che lo porta a dire che la passe è come qualcosa che non vuol dir nulla se non «riconoscersi tra sé [entre soi]», o piuttosto «tra sera [entre soir]» dove l’inconscio si riconosce. Ciò che ritorna, scrive includendo tra parentesi un a-v dopo la s, a «riconoscersi tra sapere [entre s(av)oir

Sgualcendo un po’ la parola «sapere» in modo che il suo Ave7 si cancelli, si metta tra parentesi, Lacan inventava un significante nuovo, che sperava avrebbe avuto un effetto, quello di servire da testimone ad accadere nel buio, dove il sapere [s(av)oir] dell’inconscio si riconosce a tentoni.


1 In francese “une-bévue”, traduzione fonetica neologica dell’Unbewusste freudiano
2 J. Lacan, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre », lezione del 16 novembre 1976 (inedito).
3 Scrittura fonetica di “deçu”, deluso
4 ibidem, lezione del 10 maggio 1977
5 ibidem, lezione del 15 febbraio 1977
6 Citazione in riferimento all’espressione “qui s’aile à mourre”, omofonica a “c’est l’amour”, è l’amore.
7 Scrittura fonetica di “a-v”