Preludio 3

María Luisa de la Oliva 

Nella diversità linguistica della nostra Scuola c’è una “lingua” comune: quella di Lacan e quella di Freud, dalle quali derivano le altre “lingue sorelle”. La maggior parte di noi è ancora nel balbettio di questa lingua comune. 
Nella presentazione del tema della Giornata di Scuola “Lingue e passe, Elisabete Thamer menziona un passaggio del Sapere dello psicoanalista: «lalingua non ha niente a che vedere con il dizionario, qualunque esso sia». Un po’prima di dire questo, Lacan fa un lapsus, perché volendo riferirsi al dizionario di psicoanalisi di Laplanche e Pontalis, lo cita come “dizionario di filosofia”. A proposito di quel lapsus, che a Lacan non passa inosservato, dice “guardate il lapsus. In ogni caso, questo vale la Lalande“, che era un noto dizionario di filosofia, di grande successo per decenni.
Lalande elaborò il suo dizionario tra il 1902 e il 1923. All’inizio del XX secolo c’era un ottimismo globalizzante intorno all’esposizione universale di Parigi, ed era stata organizzata una delegazione per l’adozione di una lingua ausiliaria internazionale, che finì frammentata nel 1907 nel combattimento dei sostenitori delle due lingue artificiali che si postulavano come universali: gli esperantisti di Zamenhof e gli idisti del falso marchese di Beaufront.
Nel 2021 siamo piuttosto nel pessimismo globale per effetto della pandemia e sotto gli effetti disgreganti dei diversi nazionalismi, di diverso segno.
Prima di fare quel lapsus, Lacan stava sviluppando la frontiera tra sapere e verità. Frontiera nella quale si sostiene il discorso analitico.  È subito dopo aver parlato di quel confine che fa il lapsus, dicendo filosofia invece che psicoanalisi.
Dal pubblico della sala, davanti a quel lapsus e al commento di Lacan “questo vale la Lalande“, qualcuno ha detto “lalingua?”, aggiungendo così un altro lapsus. Lacan dice che, da quel momento, scriverà lalingua in una sola parola. È allora che dice che “Lalingua non ha niente a che vedere con il dizionario“. Aggiunge che l’inconscio ha a che vedere soprattutto con la grammatica e con la ripetizione, cioè un «versante totalmente contrario a quello per cui serve un dizionario»1. L’aspetto utile per la psicoanalisi nella funzione  de lalingua è la logica.
Quando parliamo della passe, parliamo la stessa lingua? Si sente [on entend ], si intende, lo stesso per le passe in tutto il mondo? È la stessa “lingua” che punta alla passe in quanto localizzazione del passaggio all’analista – sempre così inafferrabile- come quella che punta al sinthomo, ad un sapersela cavare, o quella che punta alla soddisfazione della fine?
É meglio che queste “lingue” della passe non si trasformino in un dizionario di filosofia. Scusate…volevo dire di psicoanalisi. Questo effetto potrebbe fare della psicoanalisi una lingua morta.
La raccolta delle diverse testimonianze del dispositivo di passe ne fa piuttosto un deposito di ciò che in esse si deposita, i sedimenti di ciò che del reale non è raggiunto con la parola e che si tratta di trasmettere, dimostrare. «Dove meglio ho fatto sentire che con l’impossibile da dire si misura il reale?2».  Deposito quindi, di un sapere non tutto.
Come è possibile che, nonostante l’”intarsio di lingue” -come lo chiama Elisabete- implicate nella testimonianza di passe, si possa concludere con una nominazione di AE, nonostante gli effetti di perdita che ci sono sempre nella traduzione, dal passant al passeur e dal passeur al cartel plurilingue della passe? Lei si chiede: «Questo (…) favorirebbe o sarebbe un ostacolo all’apprensione della logica dei detti e delle loro conseguenze?3». Rispondo con un’altra domanda. Se si tratta di apprensione della logica dei detti, è così importante la differenza di lingue?
Nella traduzione di quell’ “intarsio di lingue” non solo c’è perdita, ma c’è anche un plus che deriva da quel passaggio da una “lingua” ad un’altra. Questo accade quando si passa dalla lingua corrente ad un equivoco di linguaggio. Il malinteso di cui siamo figli è un’ulteriore garanzia per non confondere il sapere e la verità. Vi è anche, senza dubbio, il plus del transfert di lavoro che si crea con i cartel plurilingue.
Naturalmente, in tutto questo, bisognerebbe esprimere una riserva: la differenza di lingue non dovrebbe essere così grande da non far sentire nemmeno ciò che viene trasmesso, e sia tutto un malinteso.
La scommessa è come dimostrare le «tre di-mensioni dell’impossibile così come si dispiegano nel sesso, nel senso e nel significato»4 non facendone una verità religiosa ed evitando di cadere nel dizionario. È una scommessa che ci unisce nella diversità delle nostre lingue e nei loro equivoci.
Di fronte alla tendenza omogeneizzante della globalizzazione, la molteplicità di lingue, che resistono sempre, insistono. Di fronte alla “lingua” liquida della post-verità, che disconnette il soggetto da ciò che lo causa, la Scuola promuove, sostiene, difende la scelta di rilegare i soggetti con la parola, con la loro verità, con il sapere che non si sa. È così che intendo quello che dice la nostra Carta quando dice che “La Scuola si dedica a coltivare il Discorso analitico”.


1 Lacan, Io parlo ai muri, «Sapere, ignoranza, verità e godimento», Astrolabio-Ubaldini, Roma, 2014, pag. 103.
2 J. Lacan, Lo stordito, in Altri Scritti, Einaudi, Torino 2013, p.493.
3 Elisabete Thamer, Presentazione del tema delle Giornate di Scuola “Lingue e passe”. 
4 J. Lacan, Lo stordito, op.cit., p. 485.